Intervista a Lara Manni


Trentadue anni, romana, appassionata di Stephen King, di fantasy e di horror: Lara Manni è l’autrice di Esbat, libro frutto dell’evoluzione e dello sviluppo autonomo e accurato di una storia nata come fan fiction, ovvero come storia liberamente ispirata, nel caso, al manga Inuyasha.

Pubblicato da Feltrinelli, primo capitolo di una trilogia, Esbat racconta l’incontro fra una donna –Sensei- osannata dei fans e sposata con il suo lavoro, e quello che crede il frutto della sua fantasia, un demone: Hyoutsuki-sama. Accanto al loro rapporto complesso e distruttivo, l’universo giovanile con le sue insicurezze e le sue manie, il mondo dell’occulto e dell’esoterismo, e l’incombere di una Dea si intrecciano con fili sottili e, a volte, inaspettati.


1. Partiamo ab ovo. So che non ama veder comparare il libro e la fan fiction, perché, effettivamente, sono due realtà diverse, ma la curiosità c’è. Per cui, cosa L’ha spinta a cimentarsi con il fandom del manga Inuyasha?
Soltanto la curiosità e la voglia di giocare. Quel manga, in particolare, mi colpiva per l’ampiezza del progetto: nonché per l’ambizione, visto che chiama in causa enormi porzioni della mitologia giapponese. D’altra parte, giunto a metà, cominciava a mostrare le caratteristiche di non pochi altri manga (e anche di molta narrativa): edulcorare i personaggi sovrannaturali e umanizzarli. E questo non mi convinceva. Così, ho cominciato a scrivere quello che era un semplice what if? Cosa succederebbe se un personaggio entrasse dalla finestra dell’autrice? Però mi ha preso la mano dopo cinque capitoli.

2. Sul web, la pubblicazione procedeva con un ritmo quasi settimanale. Come per un feuilletton di ottocentesca memoria. Ma qual è il perché di questa scelta che è, soprattutto, un impegno e comporta un ritmo di lavoro alquanto serrato. Soprattutto considerato il fatto che, nel mondo delle fan fiction, mancano totalmente scadenze.
Questo è il mio modo di scrivere, in effetti. Quando, pochi mesi fa, mi sono cimentata con il mio primo testo non destinato al web (un racconto), ho utilizzato la stessa modalità. In caso contrario, temo di vedermi sfuggire di mano la storia: temo, anzi, di raffreddarla. Scrivo sempre, in prima stesura, di pancia, alternando ricerche e narrazione. Il che significa che il lavoro di revisione diventa estremamente lungo. Ma va benissimo.

3. Esbat viene definito, sull’aletta, come un horror ambientato fra Italia e Giappone. Se è innegabile la presenza di morti e la descrizione anche precisa di certe scene di omicidio, è altresì vero che il Suo libro non scade mai nello splatter. A tratti, risulta quasi un’indagine psicologica.
Perché, fra i vari generi esistenti, proprio horror? Non poteva essere fantasy?
Perché l’horror, secondo me, è il genere che permette di esplorare the dead zone, la zona oscura tra i mondi. L’identificazione tra horror e splatter è molto italiana, almeno a mio modo di vedere, e si deve al fatto che molti autori, specie negli anni passati, hanno perseguito questa logica: molto sangue uguale molta paura. Credo invece che l’horror possa e debba scavare proprio nella psicologia dei personaggi più che descrivere il coperchio della tomba che si solleva nella notte.

4. Dunque, quasi come un fantasy di Tolkien, epurato da atmosfere troppo astratte e rarefatte, con l’irruzione di elementi fisici e quotidiani. Il Suo libro gioca molto sui diversi livelli narrativi. Per quale motivo una simile scelta stilistica?
Ah, che domanda difficile. Credo che lo stile non si scelga a priori, così come non si sceglie la voce con cui parliamo. Mi è venuto spontaneo alternare uno stile “epico” per i personaggi non umani e uno stile più secco per gli umani. Quanto alla commistione dei due elementi, è quella che prediligo anche nelle letture: se dev’esserci un’irruzione del mondo Altro, deve avvenire nella realtà che conosco e frequento. Una metropolitana, la camera di una ragazzina, una strada.

5. Più volte ha affermato di aver ricercato una certa coralità nel suo romanzo. Una scelta non facile, visto che L’ha portata ad attribuire la medesima importanza a personaggi principali, secondari e anche a semplici comparse. Un elemento sovente apprezzato dai suoi lettori.
Oppure trovato troppo difficile. Qui, davvero, è una questione di gusti: a me piace molto l’idea di dare voce ai personaggi minori, e in Sopdet avviene in misura ancora maggiore rispetto a Esbat. Ho amato molto la mamma silenziosa di Sasaki, a cui ho attribuito un punto di vista, e persino la terribile madre di Ivy. Semplicemente, credo che moltiplicare i punti di accesso alla storia possa arricchirla.

6. È per questo che ha scelto di servirsi di una scrittura, mi perdoni l’etichetta, giornalistica? Per la variatio che Le permetteva a più livelli?
Non so se sia giornalistica: sicuramente è scarna. Ma quella non è una scelta, è un po’ il mio modo di scrivere: se sono al servizio della storia, mi viene da concentrarmi su quella più che sulla bellezza di un singolo termine. Anche se su un singolo termine posso rimanere, in revisione, per giorni interi…

7. Passando alla storia vera e propria, Esbat è definibile come un libro di donne. Certamente i personaggi maschili non mancano; basta pensare a Hyoutsuki, una delle figure maschili più importanti. Ma è proprio nelle donne che sembra essere espressa l’elemento più pericoloso ed inquietante.
Vero. Anche qui, non si tratta di una decisione a priori, ma di qualcosa che mi è venuto spontaneo: mi piaceva l’idea di una protagonista – la Sensei – non canonica. Non giovane, non bella, non positiva. Anzi. Eppure volevo che il lettore potesse, insieme, detestarla e amarla. Perché credo che in ognuna di noi esistano lati oscuri che possono “risuonare” con quelli della Sensei. O con quelli di Ivy, che non è un’eroina: è una ragazza. Un’eroina – senza fare spoiler – si sarebbe comportata diversamente.

8. La donna per eccellenza risulta essere Axieros. Una dea, un’entità, una manifestazione. Da dove è emersa questa figura? E cosa rappresenta per Lei?
E’ emersa davvero dal buio. Volevo che esistesse una dea, nella storia. E volevo che fosse tremenda e potente come le Grandi Madri dell’antichità. Il nome Axieros è uscito per puro caso, scoprendo che proprio questo potrebbe essere il nome della più antica delle Madri. Per me la dea è il senso dell’Alterità. Purissimo.

9. Accanto ad Axieros, l’altro personaggio femminile che infrange un po’ i soliti topoi narrativi è la Sensei. Fin dal non avere un nome preciso e autonomo: La definisce continuamente con un appellativo, quasi uno pseudonimo.
Sì, ed è una scelta precisa. Proprio perché la stessa Sensei ha rinunciato alla propria interezza di donna per dedicarsi soltanto al proprio lavoro: quindi, ha dimenticato il proprio nome in favore di quello che è soltanto l’appellativo onorifico.

10. Possiamo concedere due parole anche a Ivy? Ha più volte affermato, sul suo blog, la difficoltà di rapportarsi a questa ragazzina. Come mai?
Perché è sfuggente, come la ragazzina che io sono stata e come, penso, tutte le adolescenti del mondo. E’ qualcosa e subito dopo è qualcos’altro. Ha potere, ma non lo desidera. Cerca l’amore ma lo sfugge. E’ difficile restituire la complessità di un personaggio senza cadere nello stereotipo: ci ho provato, continuo a provarci ora.

11. Di recente, ha anche asserito che ognuno uccide chi ama. Il gatto, ad esempio, nel Suo romanzo diviene l’agnello sacrificale per rendere quasi a livello empatico il dolore di una perdita. Con Chirs, allora, quale meccanismo è scattato?
La storia personale. Anche io ho avuto una Chris, nel mio passato, che mi perseguitava come e più di Ivy. Al momento di ucciderla, ho provato un’enorme tenerezza per lei (così come per le altre vittime della Sensei). Liberatorio? Non so. Sicuramente, quando si sceglie una vittima per la propria storia, si pesca dai nostri gorghi oscuri. Almeno, per me è così.

12. In Ivy, ma anche in Sasaki o Misako, Lei sembra aver racchiuso un piccolo spaccato della realtà del web, del mondo dei fandom e delle paure e delle speranze che la rete racchiude, sfiorando la realtà degli otaku e degli hikikomori. La Sua opinione al riguardo?
Non ne ho, perché io stessa vivo in modo assiduo la rete e conosco un paio di hikikomori italiani. Non penso che la rete in sé sia il motivo scatenante di queste solitudini: penso che sia molto difficile non essere soli, in assoluto. Quanto al fandom: è stata un’esperienza meravigliosa quella di scambiare idee con altri fan, e mi ha arricchito moltissimo. Per questo continuo ad andare su tutte le furie quando arriva qualcuno che parla in modo sprezzante delle fan.

13. L’elemento motore delle vari vicende, in Esbat, nonostante il coinvolgimento di figure divine o semidivine, è fortemente umano o almeno fisico: il desiderio. Espresso a più livelli, dall’amore platonico a quello sensuale, passando per l’ossessione, la degenerazione del sentimento medesimo in odio e morbosità fino allo scolorire in divertimento.
Ma perché è il motore primo della vita stessa: il desiderio è quello che ci muove, più di ogni altra cosa. Il desiderio è quello che ci rende, prima ancora che umani, viventi. Per questo accomuna mortali e semidei.

14. Abbiamo parlato delle Sue donne. Ma anche i personaggi maschili del suo libro sono di tutto rispetto. In primis il fatto che il protagonista, Hyoutsuki-sama, pur avendo “graficamente” i requisiti del principe azzurro risulta essere capace di uccidere senza remore. Uno youkai, una creatura diversa. Perché, secondo Lei, è forte l’interesse per una creatura simile?
Perché è il Grado Zero dell’umanità. Ho sempre immaginato gli youkai giapponesi molto simili alle divinità greche, che uccidevano per capriccio o per noia. Con la differenza che Hyoutsuki non ha bisogno neppure di uccidere per divertirsi: basta a se stesso. Quel che desideravo era restituire questo maschile a tutto tondo che, pian, piano, comincia a rivolgere lo sguardo altrove.

15. Hyoutsuki-sama, nel corso del romanzo, cresce e si evolve. È possibile parlare di una maturazione o è piuttosto la presa di coscienza del demone di avere altre e diverse frecce al proprio arco?
E’ una crescita, assolutamente: è l’uscita di Siddharta dalle mura del palazzo per incontrare l’Altro. Hyoutuski è diverso alla fine di Esbat, anche se lo nega mille volte. Ma non perché diventi “più malleabile”: entra in contatto con qualcosa che non è come lui. E questo lo cambia.

16. Lei sembra amare i chiaroscuri e le sfumature. Anche l’altro personaggio maschile che domina la scena, Yobai, è un prisma. Estremamente complesso da gestire, gli attribuisce mille volti e mille nomi. A volte, come anche Hyoutsuki-sama, sembra solo il predro di Axieros; altre volte l’artefice degli avvenimenti stesso; altre ancora la vittima. E il tutto in un personaggio che è scisso fra la realtà umana e quella sovrannaturale.
Perché è un ibrido: non del tutto umano, non del tutto divino. Dunque, conserva qualcosa dei due mondi. Dunque, è quello che sento forse più vicino da autrice: ed è estremamente affascinante occuparsi di lui.

17. In Esbat compare anche la Wicca, questa religione new age che riporta in auge gli dei pagani. Lei ha creato una, cito dalla sua nota conclusiva, “branca deviata della medesima, fedele alla dea Axieros”.
Ho utilizzato la Wicca perché mi incuriosiva il neopaganesimo: e perché, meglio ancora, mi permetteva di far entrare in contatto prima la Sensei e poi Ivy con la Dea. Ma la branca sanguinaria è totalmente inventata.

18. Ma in Esbat è sottintesa anche la differenza fra essoterismo ed esoterimo, con i due piani che sembrano trovare un loro equilibrio momentaneo in Ivy, prima di scivolare nel drammatico.
Vero. Ma confesso di non averci pensato a priori: come per altri meccanismi di Esbat che solo i lettori mi hanno poi svelato.

19. Prima si è accennato all’assenza di un nome preciso per la Sensei. Ma nel Suo libro a mancare sono anche le descrizioni. Non nel senso assoluto, ma di vari personaggi si conoscono solo dettagli fisici. Mentre il ritratto psicologico è completo e complesso.
Questo, lo ammetto, è un mio vezzo. O meglio, un mio gusto di lettrice: non ho mai amato molto le descrizioni particolareggiate, dove persino il modo in cui una ciocca di capelli ricade su un occhio occupa due paragrafi. Credo che tolga qualcosa all’immaginazione di chi legge: ho sempre preferito mescolare i particolari con il discorso, e lasciare che la ricostruzione del puzzle avvenga attraverso la conoscenza psicologica del personaggio stesso.

20. Un altro elemento di Esbat sono i riferimenti diretti da Lei effettuati al manga Inuyasha. Un omaggio e una strizzata d’occhio giocosa verso chi, a suo tempo, lesse la storia?
Esatto. Una metacitazione, diciamo così.

21. Il suo gusto per la citazione emerge a vari livelli, in Esbat. Dai riferimenti allusi a Stephen King nelle mutilazioni della Sensei o in certi nomi, come per Chris, ai più espliciti diretti coinvolgimenti di filosofi greci quali Platone e poeti italiani otto-novecenteschi come Pascoli.
Vero, mi è stato anche rimproverato che ho la citazione facile. Eppure per me non è l’esibizione delle medaglie culturali (quali, poi?), quanto l’immersione in un mondo che circonda i personaggi stessi. Un’eco. Un tassello, fra i molti.

22. Pascoli e Platone, si è detto. In bocca a personaggi che, anche se non in modo netto, si stagliano su uno sfondo se non precisamente giapponese, di forte connotazione orientaleggiante. Non temeva di creare dei legami un po’ forzati?
Volevo creare un legame forte con l’Italia: ho immaginato che Masada amasse moltissimo la cultura italiana al punto di trasferirla alla donna che ama. Di qui, Pascoli. Quanto a Platone, è un tassello, come dicevo prima, per Yobai: che testimonia quanto, dai suoi passaggi, sappia ogni volta apprendere.

23. Esbat parte da una fan fiction e diviene romanzo. Ma al centro di tutto c’è la scrittura. Ritiene che il mondo del fandom e dei fanwriters abbia una funzione puramente evasiva o potrebbe rivestire una qualche utilità?
Più che di utilità parlerei di PRESENZA nel mondo della scrittura: chi scrive fan fiction è uno scrittore, pubblica, anche se on line, e viene letto. Ci potranno essere pessime fan fiction e meravigliose fan fiction: ma esistono, sono una realtà e vanno considerate come tali.

24. Per Esbat si deve esser documentata in vari campi: demonologia, mitologia, cultura giapponese, religione new age e Wicca in particolare. Interessi già coltivati in precedenza o nati col romanzo per necessità?
Diciamo che ho spesso flirtato con il mondo esoterico. Come lettrice.

25. Ritiene che, a prescindere che lo scritto venga pubblicato (che si tratti di un romanzo o di una fan fiction, quindi), sia importante la documentazione e un ritratto realistico dell’universo cui ci si approccia?
Certamente sì, sempre e comunque: raccontare una storia è un atto di condivisione con gli altri. Se li si rispetta, occorre essere seri e dare il meglio, sempre.

26. E, perdoni la domanda un po’ provocatoria, perché mai si dovrebbe scrivere una fan fiction? Soprattutto se non si ha l’aspirazione a trasformare il tutto, poi, in un romanzo completamente autonomo.
Per amore, direi.

27. La Sue presentazione personale, sia nel libro sia sul Suo blog, è estremamente selettiva nelle informazioni. Sappiamo la sua età, e la sua passione per la lettura. Qual è la motivazione di questa scelta?
Rispondo con una citazione. Indovini? Di Stephen King: “è la storia, non colui che la racconta”. Ecco.

Ringrazio Lara Manni per la disponibilità e la gentilezza, e Le porgo i miei più sinceri auguri per i Suoi prossimi lavori.

 

 


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